per la rubrica … “PARLIAMONE”
L’immigrazione come specchio dell’anima.
Tra la “lezione” di Manconi e lo schiaffo del CPR a Castel Volturno.

di Bruno Marfè
Sulle pagine de La Repubblica di ieri, Luigi Manconi firma un intervento che interroga in profondità il nostro tempo: “Immigrazione, questione morale”. Non si tratta soltanto di un’analisi politica, ma di una riflessione che scava sotto la superficie del dibattito pubblico per riportarne alla luce la dimensione essenziale: quella etica.
Il discorso non riguarda solo norme e confini, ma la tenuta morale di una società che rischia di smarrire il senso della propria umanità.
Il sacrificio di Palermo e l’ipocrisia della “remigrazione”
Il ragionamento prende avvio da una tragedia concreta: la morte di Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine, precipitati da una gru a Palermo mentre lavoravano in condizioni irregolari. Invisibili in vita, lo restano anche nella narrazione pubblica.
Eppure, osserva Manconi, sono proprio questi lavoratori a rientrare nel perimetro della cosiddetta “remigrazione”, un termine che richiama scenari di espulsione sistematica. Qui emerge il paradosso: il sistema economico che li sfrutta è lo stesso che ne rifiuta la presenza. Se davvero venissero espulsi, chi garantirebbe quei segmenti produttivi – agricoltura, edilizia, logistica – che oggi si reggono sul loro lavoro?
Commissioni, “passeggiate” e lo schiaffo del CPR
Nel frattempo, la politica sembra muoversi. Le visite istituzionali e le commissioni d’inchiesta nei territori più esposti – come quelle recenti nel casertano (e di cui al nostro precedente articolo: https://bassovolturno.it/commissione-dinchiesta-al-centro-fernandes/ ) nonché gli incontri sull’argomento (https://bassovolturno.it/marginalizzazione-e-resistenza-vita-sospesa-a-castel-volturno/) – restituiscono un’immagine di attenzione.
Ma la domanda resta inevasa: a questa attenzione corrisponde una reale volontà di cambiamento?
Il rischio è che tali iniziative si riducano a una forma di rappresentazione. Lo abbiamo visto alla recente visita della Commissione parlamentare al Centro Fernandes di Castel Volturno: la testimonianza di Khan, giovane bengalese inghiottito dal caporalato nonostante fosse arrivato regolarmente, ha messo a nudo il meccanismo che la politica non vuole smontare.
L’inciso amaro: La risposta dello Stato, puntuale e sorda, non si è fatta attendere: la decisione di istituire un CPR proprio a Castel Volturno. È l’ennesimo schiaffo a un territorio che chiede servizi, scuole e welfare, e che invece riceve 41 milioni di euro per una struttura di detenzione. Mentre le parrocchie e il Centro Fernandes cercano di supplire alle mancanze istituzionali, il Governo sceglie di investire sulla reclusione, trattando una comunità complessa come una discarica sociale.
La deriva del diritto: un garantismo selettivo
È sul piano normativo che l’analisi di Manconi si fa più netta. Questa logica securitaria, che preferisce i muri ai diritti, trova conferma nelle proposte che incidono sul ruolo della difesa legale. Il rischio è quello di alterare l’equilibrio dello Stato di diritto: l’ipotesi di limitare l’accesso al gratuito patrocinio per gli stranieri non è una misura tecnica, ma un segnale politico preciso. Si costruisce un sistema di tutele differenziato, un garantismo selettivo che contraddice la sua stessa ragion d’essere.
Una scelta non più rinviabile
Ridurre l’immigrazione a una variabile economica o a un problema di ordine pubblico significa eluderne la natura profonda. È una questione che riguarda l’idea di società che intendiamo costruire: il rapporto con l’altro, la capacità di integrazione, la visione del futuro.
La riflessione di Manconi, unita all’urgenza del nostro territorio, pone una domanda radicale: vogliamo essere una società capace di trasformare la complessità in sviluppo, oppure un sistema che reagisce alla paura restringendo progressivamente i propri orizzonti dietro le sbarre di un CPR?



