Il no di Castel Volturno non è un capriccio

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Castel Volturno e il CPR: perché la legalità non si costruisce con le sbarre.

a cura di Bruno Marfè

Su Il Mattino di ieri le voci di chi governa e di chi lavora sul territorio. Sono due mondi che si parlano poco, e il divario si vede.

Ieri Il Mattino ha dedicato una pagina intera al confronto tra chi difende il CPR previsto per Castel Volturno e chi, da trent’anni, lavora ogni giorno a pochi chilometri dal luogo in cui dovrebbe sorgere. Da un lato Gimmi Cangiano, deputato di Fratelli d’Italia, che definisce la struttura «un presidio di legalità» capace di attrarre investimenti. Dall’altro Antonio Casale, direttore del Centro Fernandes, che indica una strada opposta: potenziare il welfare, migliorare la mobilità, avviare un censimento della popolazione straniera.

Due visioni. Una sola realtà di territorio. Una promessa già sentita

 L’idea che un centro di detenzione amministrativa possa fungere da leva per lo sviluppo locale non è nuova, e la sua storia non è incoraggiante. I CPR — già CPT, già CIE — hanno accumulato in Italia un bilancio fatto di rivolte, gestione emergenziale, costi elevati e rimpatri effettivi ben al di sotto delle aspettative. Chiamarli “presidio di legalità” introduce una contraddizione difficile da spiegare: si affida alla sospensione temporanea dei diritti una funzione di rafforzamento dello Stato di diritto.

 Castel Volturno questo meccanismo lo conosce bene. È un territorio che misura le politiche sui risultati concreti, non sulle etichette.

 Il no di Castel Volturno non è un capriccio

Il Centro Fernandes, la Chiesa locale, Legambiente e le associazioni che operano sul territorio hanno espresso contrarietà alla scelta del sito. Non si tratta di una reazione emotiva o di un rifiuto pregiudiziale. È una posizione fondata su tre elementi precisi.

 Il primo è l’inutilità del modello: la detenzione amministrativa non incide in modo strutturale sull’irregolarità, si traduce spesso in un imbuto burocratico che non accelera i rimpatri ma moltiplica i passaggi intermedi.

Il secondo riguarda l’immagine del territorio: Castel Volturno sta costruendo, faticosamente, un’identità alternativa a quella emergenziale — turismo, agricoltura sociale, integrazione. Inserire una struttura detentiva in questo percorso rischia di consolidare l’immagine di periferia permanente dello Stato.

 Il terzo è economico: un’infrastruttura inefficace espone lo Stato a un uso distorto di risorse pubbliche. E se la procedura venisse mal gestita o interrotta, i costi — anche in termini di contenziosi — potrebbero ricadere sulla collettività.

 C’è già qualcosa che funziona

 La risposta di Casale a “il Mattino” è diretta: «Servirebbe potenziare il welfare, la mobilità e censire gli stranieri». Non è solo una critica al CPR. È una proposta alternativa che indica un metodo già sperimentato.

 Il Centro Fernandes opera da trent’anni sul territorio. Ha accolto persone, costruito percorsi di integrazione, offerto servizi dove lo Stato era assente. Ha dimostrato che la sicurezza non si produce con le sbarre, ma con la presenza stabile delle istituzioni, con i servizi, con il riconoscimento delle persone come soggetti di diritto.

 Quello che manca a Castel Volturno non è un centro di detenzione. Mancano un trasporto pubblico degno, una sanità accessibile, una regolarizzazione che permetta a chi lavora e vive qui di farlo con dignità. Su questi bisogni il CPR non produce nulla.

 Quando lo Stato ascolta, non arretra

 La natura ancora non definitiva del progetto lascia aperta la possibilità di una revisione. Le risorse previste potrebbero essere indirizzate verso infrastrutture sociali stabili: un polo socio-sanitario, un centro per i servizi alla persona, strutture che restituiscano qualcosa di concreto a chi vive e lavora in questo territorio.

 Sarebbe un segnale diverso da quello che si manda costruendo un recinto. Significherebbe riconoscere che Castel Volturno ha già elaborato risposte proprie — e che ignorarle, oggi, non è più soltanto un errore politico.

 Più che un presidio di legalità, il CPR rischia di diventare il simbolo di una distanza che la politica non può più permettersi.

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