
per la rubrica … PARLIAMONE !
Il confine sottile tra Giustizia e Giustizialismo: dal “pugno di ferro” ai CPR.

di Bruno Marfè
C’è una storia che circola in questi giorni e che dovrebbe farci riflettere tutti, indipendentemente dal colore politico. È la storia di chi invoca il “pugno di ferro” finché quel pugno non bussa alla propria porta.
Sembra lontana, quasi appartenente ad altri contesti, ad altri sistemi. E invece no. Perché quella storia non parla solo di un episodio: parla di un meccanismo. Di una mentalità. Di un modo di intendere la legge che, una volta attivato, non conosce più eccezioni.
Troppo spesso dimentichiamo che tra la norma scritta e la sua applicazione esiste (o dovrebbe esistere) uno spazio vitale: il contesto.
La legge non è un algoritmo
Negli ultimi anni stiamo scivolando verso un giustizialismo sommario. Ci rassicura l’idea di una giustizia implacabile, veloce, quasi meccanica. Una giustizia che non si ferma, che non dubita, che non interpreta.
Ma la legge senza la valutazione del contesto spazio-temporale e umano smette di essere Giustizia e diventa mera esecuzione.
Il contesto: una persona anziana, fragile, con una storia complessa alle spalle.
La norma: un documento scaduto.
Il risultato: la trasformazione di una irregolarità amministrativa in una colpa da punire con la detenzione.
È qui che si consuma lo scarto. È qui che la legge smette di proteggere e inizia a colpire.
Dal caso al sistema
Pensare che tutto questo riguardi “altrove” è un errore rassicurante. Perché quella stessa logica — semplificare la complessità, automatizzare la risposta, eliminare il contesto — è esattamente la logica che rischia di strutturarsi anche qui.
Anche qui, dove problemi sociali profondi vengono sempre più spesso tradotti in termini di ordine pubblico.
Anche qui, dove si cerca una risposta semplice a realtà complesse.
È dentro questa cornice che va letto ciò che sta accadendo a Castel Volturno.
Castel Volturno e l’illusione della soluzione semplice
Castel Volturno non è un territorio semplice. È un crocevia di fragilità e possibilità, di marginalità e resilienza. Un luogo dove la presenza migratoria si intreccia con problemi strutturali mai davvero risolti: lavoro sommerso, carenze nei servizi, vuoti istituzionali.
In un contesto così stratificato, immaginare che la risposta possa essere un Centro di Permanenza per il Rimpatrio significa adottare una scorciatoia pericolosa.
Il CPR nasce, almeno nelle intenzioni, come strumento amministrativo. Ma nella sua applicazione concreta rischia di diventare l’emblema di una giustizia senza contesto: una macchina che trasforma storie diverse in pratiche identiche, persone in numeri, complessità in procedure.
Non è una questione ideologica. È una questione di modello.
Il vero nodo: giustizia o automatismo?
Dire NO a un CPR non significa negare il problema dell’immigrazione irregolare. Significa rifiutare una risposta che scambia l’efficienza con la giustizia.
Perché una giustizia che rinuncia a capire diventa inevitabilmente una giustizia che colpisce alla cieca.
E quando si accetta il principio che la legge debba essere applicata senza alcuna mediazione umana, si accetta implicitamente anche il rischio che quella stessa rigidità, prima o poi, si ritorca contro chi oggi si sente al sicuro.
Il monito
Prendere posizioni oltranziste è rassicurante. Ci fa sentire dalla parte dei “giusti”, di quelli che rispettano le regole. Ma la storia insegna alcune verità semplici:
- Le regole sono cieche
Se chiedi che la legge venga applicata senza guardare in faccia a nessuno, non puoi lamentarti quando quella stessa cecità colpisce te o i tuoi cari. - La disumanizzazione è un boomerang
Le politiche costruite sull’idea che esistano vite “meno degne” finiscono per creare meccanismi che possono inghiottire chiunque. - Il diritto è garanzia, non vendetta
Attenuanti, discrezionalità, valutazione del contesto non sono debolezze del sistema: sono il suo fondamento civile.
Ignorarle significa scivolare verso un medioevo giuridico mascherato da efficienza.
Conclusione
Prima di applaudire a un arresto o di invocare soluzioni radicali dal divano di casa, dovremmo fermarci un attimo e porci una domanda semplice:
Se questa stessa intransigenza venisse applicata a ogni mio piccolo errore, a ogni mia dimenticanza burocratica, sarei ancora così d’accordo?
Perché il punto non è se le regole vadano rispettate. Il punto è che tipo di società costruiamo quando decidiamo che il rispetto delle regole vale più delle persone a cui si applicano.
E soprattutto: siamo davvero sicuri che una macchina giuridica cieca, una volta accesa, si fermerà esattamente dove immaginiamo noi?
La civiltà non si misura da quanto siamo bravi a punire, ma da quanto siamo capaci di restare umani mentre applichiamo le regole.


