
per la rubrica … “PARLIAMONE”
Il dibattito sul CPR a Castel Volturno.
Oltre i cronoprogrammi, la comunità chiede una visione di futuro.

di Bruno Marfè
Il post sul mio profilo Facebook che raccontava l’incontro tra il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sindaco Pasquale Marrandino ha scatenato un confronto vivo e partecipato. Le reazioni non sono state soltanto numerose: sono state diverse per toni e contenuti, a dimostrazione che il tema del Centro per i Rimpatri (CPR) tocca corde profonde nella comunità e trasforma una questione apparentemente tecnica in una riflessione più ampia sull’identità e sul futuro del territorio.
Per chiarezza: un CPR è una struttura amministrativa di trattenimento per le persone destinatarie di espulsione. Non si tratta di carceri nel senso penale, ma di luoghi detentivi che presentano criticità documentate da associazioni, garanti dei detenuti e inchieste giornalistiche. Questa definizione è utile per evitare fraintendimenti, ma non risolve le domande che i cittadini di Castel Volturno si stanno ponendo.
Dai commenti emersi nel dibattito – da chi sottolinea i limiti del potere locale a chi chiede motivazioni chiare per un “no” – emerge un punto centrale: il rifiuto del CPR, per una larga fetta della popolazione, non nasce da un pregiudizio ideologico, ma da una richiesta pragmatica di dignità e prospettive. Castel Volturno convive da decenni con marginalità, abusivismo, fenomeni criminali e carenze strutturali dello Stato. Per molti è inaccettabile che questo territorio continui a essere individuato come luogo in cui concentrare “problemi” piuttosto che risorse e investimenti strategici.
Quale destino?
Qui si origina la vera domanda politica e amministrativa: quale modello di sviluppo vogliamo per Castel Volturno? Il dibattito tecnico su cronoprogrammi e competenze, pur necessario nei tavoli istituzionali, rischia di apparire distante dalle urgenze quotidiane: lavoro stabile, servizi efficienti, sicurezza intesa come opportunità economiche e coesione sociale, non solo controllo. Come osserva chi nel dibattito ha invitato a spiegare “perché” il no, la cittadinanza vuole comprendere quale alternativa concreta venga proposta oltre alla protesta.
Le proposte.
Per rendere il confronto utile e credibile servono passi concreti. Propongo tre linee d’azione che potrebbero integrare la dialettica istituzionale e rispondere alle preoccupazioni della comunità:
- Istituire un tavolo territoriale permanente con Comune, Prefettura, Ministeri e rappresentanti della società civile (associazioni, imprese locali, sindacati). Un luogo dove decisioni e impegni siano trasparenti, monitorabili e condivisi.
- Avviare un piano triennale di contrasto al caporalato e di tutela del lavoro agricolo, con monitoraggio pubblico e risorse vincolate dalla Regione e dallo Stato, per restituire dignità e reddito stabile a migliaia di lavoratori.
- Lanciare un programma di rigenerazione urbana e rilancio del litorale, con incentivi per imprese sane, formazione professionale per i giovani e investimenti in servizi (scuole, trasporti, sanità), in modo che la sicurezza si costruisca su opportunità e non solo su misure repressive.
Questi interventi non sono una panacea, ma possono cambiare l’asse della discussione: da “posizionamento ideologico vs decisione calata dall’alto” a negoziazione su progetti concreti che modificano il contesto socio-economico. È comprensibile la pressione emotiva di chi chiede un “no” netto come espressione di rabbia e frustrazione; allo stesso tempo, una strategia esclusivamente simbolica rischia di lasciare intatti i problemi strutturali.
Suggerisco inoltre alcune pratiche utili per rendere più efficace la voce pubblica del territorio:
- raccogliere e pubblicare dati locali (occupazione, presenza di lavoro informale, casi di caporalato, esiti di precedenti progetti) per sostenere richieste e proposte con evidenze;
- coinvolgere testimoni diretti… associazioni, imprenditori, giovani… con brevi dichiarazioni pubbliche che raccontino bisogni e proposte;
- vincolare ogni intesa istituzionale a obiettivi misurabili e a scadenze note, così da evitare che accordi restino puri impegni senza risorse concrete.
La sfida per l’amministrazione comunale resta delicata: dialogare con il Governo è indispensabile per far pesare la voce del territorio nei luoghi decisionali, ma la prudenza istituzionale non può tradursi in passività. I cittadini chiedono chiarezza, rappresentanza e risultati: la politica locale può ottenere credibilità solo se traduce il dissenso in strategie di investimento e tutela del territorio.
In conclusione, la contrarietà a un CPR esprime molto più di un rifiuto formale: rivela l’urgenza di ripensare il rapporto tra Stato e territorio, trasformando una conflittualità potenzialmente sterile in un’occasione per progettare insieme sviluppo, lavoro e dignità. Se il confronto istituzionale saprà tradurre il dialogo in patti scritti, risorse vincolate e controlli pubblici efficaci, questa fase di tensione potrà diventare l’inizio di una rigenerazione reale di Castel Volturno.



3 risposte
Lo facciano aRoma qui è stato troppo sacrificato tutto.La Caritas è un covo da indagare.
Si indaga quando si sospetta, si sospetta quando si intravedono defezioni. Allora si inizi dalle defezioni: quali?
Il testo riflette sul dibattito nato a Castel Volturno dopo l’incontro tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sindaco Pasquale Marrandino sul possibile CPR.
L’autore spiega che il rifiuto del Centro per i Rimpatri non deriva solo da motivazioni ideologiche, ma dalla percezione di un territorio già segnato da marginalità, criminalità, abusivismo e carenze strutturali. La vera domanda diventa quindi quale modello di sviluppo si voglia per Castel Volturno: continuare a ospitare emergenze oppure ricevere investimenti, lavoro e servizi.
Vengono proposte tre azioni concrete:
* creare un tavolo permanente tra istituzioni e società civile;
* avviare un piano contro il caporalato e per la tutela del lavoro agricolo;
* investire nella rigenerazione urbana, nel rilancio del litorale, nella formazione e nei servizi.
La conclusione sostiene che la politica locale debba trasformare il dissenso in progetti concreti e accordi trasparenti, affinché il confronto sul CPR diventi un’occasione di sviluppo, dignità e rilancio del territorio.