“Contratti” e non “celle” a Castel Volturno

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per la rubrica … “PARLIAMONE”

Castel Volturno: perché la risposta non può essere un CPR.

Lezioni tragiche dalla cronaca di Chioggia (VE).

di Bruno Marfè

Mentre il dibattito politico locale si infiamma sull’ipotesi di aprire un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) a Castel Volturno, le cronache che arrivano dal Nord — e in particolare la tragedia di Ca’ Lino, nel veneziano — offrono una lente d’ingrandimento spietata su cosa significhi davvero “gestire” l’immigrazione esclusivamente attraverso la logica della sicurezza, ignorando la dignità del lavoro e delle persone.

La lezione di Ca’ Lino: vite spezzate nell’invisibilità

I titoli dei giornali di Chioggia parlano chiaro: «I contratti dei braccianti e le condizioni del furgone nel mirino dell’indagine».
La morte di tre lavoratori di origine marocchina, stipati in un furgone lungo strade che il conducente nemmeno conosceva, non può essere archiviata come un semplice incidente stradale. È il sintomo di un sistema che preferisce l’invisibilità alla regolarizzazione, la precarietà alla tutela.

A Castel Volturno — un territorio che combatte da decenni contro il caporalato e lo sfruttamento della manodopera — l’istituzione di un CPR rischierebbe di aggravare ulteriormente questa dinamica. Un lavoratore che vive sotto la minaccia costante della detenzione amministrativa diventa infatti un lavoratore più ricattabile: qualcuno che salirà su quel furgone fatiscente senza protestare, che accetterà salari indegni e che difficilmente denuncerà il caporale per paura di essere trascinato dentro un sistema repressivo.

L’allarme di Coldiretti e Boscolo Palo: criminalità contro legalità

Non sono soltanto le associazioni umanitarie a sollevare dubbi. Anche dal mondo agricolo — attraverso le dichiarazioni di Boscolo Palo e delle organizzazioni di categoria come Coldiretti e CIA — emerge con forza la necessità di concentrare l’attenzione sul contrasto alla criminalità e alla concorrenza sleale.

Il messaggio è netto: «Vigilare sui rischi della criminalità e del caporalato».

Da qui nasce una domanda inevitabile: un CPR a Castel Volturno aiuterebbe davvero a combattere i clan che prosperano sul lavoro nero?
La risposta appare evidente: no. Al contrario, rischierebbe di creare un’ulteriore zona grigia, alimentando quel bacino di marginalità e paura di cui le mafie locali e straniere si nutrono da anni.

Le priorità indicate dalle associazioni di categoria sono altre:

  1. Banche dati sugli appalti, per tracciare con trasparenza chi lavora e in quali condizioni;
  2. Alloggi dignitosi, per sottrarre i lavoratori al controllo dei caporali;
  3. Legalità e dignità, per fondare il settore agricolo su regole certe e diritti reali, non sulla paura.

Castel Volturno non ha bisogno di celle, ma di contratti

Il “NO” al CPR a Castel Volturno non nasce da un riflesso ideologico, ma da una valutazione concreta della realtà territoriale.
La tragedia di Chioggia ci ricorda infatti che l’insicurezza non nasce dalla presenza degli stranieri, bensì dalla loro irregolarità forzata, dallo sfruttamento e dall’assenza di tutele.

Per questo, invece di investire risorse pubbliche in strutture detentive, il territorio avrebbe bisogno di investimenti in centri per l’impiego realmente trasparenti, trasporti sicuri per i braccianti e controlli rigorosi sulle condizioni di vita e di lavoro nelle campagne.

Come dimostra anche il lutto cittadino proclamato a Chioggia per i funerali dei tre lavoratori, il rispetto e la vicinanza si esprimono attraverso la tutela dei diritti, non mediante la reclusione amministrativa.

Castel Volturno merita di diventare un laboratorio di integrazione, legalità agricola e sviluppo sociale.

Non l’ennesima discarica istituzionale di un sistema che finisce troppo spesso per colpire le vittime, lasciando prosperare i caporali.

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