Quando per l’audience si condanna un territorio.

Facebook
Twitter
LinkedIn
WhatsApp

per la rubrica… PARLIAMONE

Castel Volturno: se la TV ignora la realtà per vendere vecchi fantasmi.

Le eccellenze non contano per certo giornalismo d’assalto. Contano i contratti pubblicitari.

editoriale di Bruno Marfè

Esiste una Castel Volturno reale, fatta di vent’anni di resilienza, di chi ha scelto di restare quando sarebbe stato più facile andare via, e di chi oggi vede in questa terra un possibile laboratorio del futuro. E poi esiste una Castel Volturno immaginaria, quella partorita da certo giornalismo d’assalto che, pur di fare audience, preferisce il collage d’archivio alla cronaca del presente.

Il recente servizio della trasmissione Fuori dal Coro è l’ennesimo esempio di come il pregiudizio possa diventare una lente deformante. Come ha evidenziato il giornalista Vincenzo Ammaliato, ci troviamo davanti a un paradosso evidente: mentre i dati giudiziari e la realtà quotidiana raccontano da almeno cinque anni una drastica riduzione di fenomeni come gli “ovulatori” o la prostituzione africana visibile, la televisione continua a usare il tempo presente per descrivere scenari che appartengono al passato.

Perché parlare oggi di “quartier generale della mafia nigeriana”, quando le evidenze investigative strutturate risalgono a diversi anni fa? La risposta non è nella realtà, ma nel metodo: immagini decontestualizzate, video girati altrove o recuperati in rete senza indicarne l’anzianità, telecamere nascoste che ripescano vecchie interviste come se fossero cronaca viva.

È una narrazione a tesi: si parte da un’idea preconcetta e si forza la realtà per confermarla, ignorando tutto ciò che non rientra nello schema “degrado e criminalità”.

Chi è napoletano conosce bene questo dolore. Per decenni Napoli è stata raccontata solo attraverso le sue piaghe, oscurando la rinascita culturale e sociale che pure avanzava. Oggi Castel Volturno rischia lo stesso destino mediatico: diventare uno stereotipo utile alla prima serata.

Eppure, accanto ai problemi che nessuno vuole negare, esiste un fermento reale — e non è fatto di vaghe promesse, ma di presenze concrete e verificabili.

Il Pineta Grande Hospital è forse l’esempio più eloquente. Un’eccellenza sanitaria riconosciuta a livello nazionale, che ha attirato facoltà universitarie le quali hanno scelto di aprire qui i propri corsi di laurea. Non si inaugura un percorso accademico in un territorio che si considera irrecuperabile: si investe dove si vede un futuro. Quella struttura, con i suoi studenti e i suoi professionisti, è una scommessa sul domani che nessun servizio televisivo ha mai trovato il tempo di raccontare.

C’è poi il Festival del Cinema, un evento che non parla solo ai residenti ma proietta il territorio verso l’esterno, costruisce reputazione, porta persone e attenzione da fuori, inserisce Castel Volturno in una rete culturale più ampia. E c’è un Teatro che da qualche anno offre una stagione stabile e di richiamo: non un appuntamento occasionale, ma una programmazione continuativa che presuppone un pubblico locale capace di sostenere e desiderare la cultura.

E poi ci sono i gesti che parlano da soli. Rosaria Troisi ha donato al Centro Fernandes il divano del fratello Massimo: un oggetto carico di memoria, di affetto, di storia. Portarlo in un luogo di accoglienza e di incontro tra culture diverse non è solo un atto di generosità — è un atto di senso. Dice che questa terra merita di custodire ciò che ha di più prezioso, e di condividerlo con chi la abita.

Questi non sono dettagli consolatori. Sono fatti. Sono la prova che accanto alle criticità — reali, serie, che nessuno intende minimizzare — esiste una comunità che lavora, costruisce, innova.

Stigmatizzare le false narrazioni non significa negare i problemi ancora presenti. Significa pretendere che vengano raccontati con rigore, rispetto e verità. Significa difendere il diritto dei cittadini a una rappresentazione onesta del luogo in cui vivono.

Castel Volturno non è un set per servizi scandalistici. È casa nostra.

E forse il punto vero è un altro: il futuro del Basso Volturno non si gioca nella ripetizione ossessiva dei fantasmi del passato, ma nella capacità di trasformare questa terra in un laboratorio di integrazione, sostenibilità, cultura diffusa e cooperazione territoriale. Da Capua fino alla foce del Volturno, passando per le aree interne e il litorale, esiste un patrimonio umano e ambientale che può diventare modello di rinascita per molte periferie italiane.

Ma perché questo accada, serve una narrazione che accompagni il cambiamento, non che lo ostacoli.

Il diritto a raccontarci per quello che siamo — con luci e ombre, ma senza caricature — è parte integrante della nostra dignità civile.

Ed è un diritto che non intendiamo delegare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri Articoli

Anche qui … nel Basso Volturno

per la rubrica … PARLIAMONE ! Il declino nasce dentro: da un libro di scuola alla lezione di Castel Volturno. È iniziato

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *