Perché questo è un tema da “Basso Volturno”

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René Mey, le emozioni e la rigenerazione dei territori

Cosa c’entra una diretta YouTube con Castel Volturno?

Bruno Marfè racconta

Può una diretta YouTube in collegamento dal Messico dire qualcosa a Castel Volturno?

La domanda me la sono fatta mentre ascoltavo una conversazione sul canale di Red Ronnie con un ospite che fino a quel momento ignoravo: René Mey.

Non mi interessava solo il personaggio in sé.

Mi interessava capire perché, in un’epoca di polarizzazioni feroci e narrazioni tossiche, qualcuno continui a parlare di amore come strumento concreto.

E soprattutto: se questa parola può avere un significato civile.

Una figura controversa, ma non irrilevante

René Mey è un umanista francese residente in Messico, fondatore di una rete internazionale di volontariato. Attorno a lui convivono entusiasmo e scetticismo.

La sua organizzazione parla di migliaia di volontari nel mondo e di un metodo chiamato “medicina emozionale”. Non si tratta di una disciplina riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale, e non esistono validazioni cliniche consolidate nei termini più ambiziosi che talvolta vengono evocati.

Alcuni media riportano sue candidature al Premio Nobel per la Pace – informazioni non verificabili ufficialmente. Esistono inoltre controversie riportate dalla stampa messicana.È giusto dirlo con chiarezza: non stiamo parlando di una figura unanimemente riconosciuta. Ma il punto, per noi, non è stabilire un giudizio definitivo su René Mey. Il punto è un altro.

Le emozioni come infrastruttura invisibile

La questione centrale che emerge dalla sua impostazione è semplice: le emozioni incidono sul corpo.

Oggi nessuno nega che paura cronica, rabbia persistente e stress prolungato abbiano effetti fisiologici reali. La scienza lo studia da anni.

Ma se questo è vero per l’individuo, cosa accade quando quelle emozioni diventano clima collettivo?

Un territorio può vivere di fiducia o di sospetto.

Può respirare speranza o rassegnazione.

Può alimentare orgoglio o interiorizzare la propria delegittimazione.

E qui la riflessione diventa inevitabilmente locale.

Castel Volturno e il peso delle narrazioni

Negli ultimi anni abbiamo parlato spesso di Castel Volturno come territorio intrappolato tra cronaca e storia. Tra realtà e rappresentazione.

Quante volte abbiamo denunciato narrazioni che cristallizzano il passato e impediscono di vedere il presente?

Quante volte abbiamo parlato di resilienza civile, di rigenerazione culturale, di nuove energie sociali?

Ma raramente ci siamo chiesti: quale clima emotivo stiamo alimentando?

Perché un territorio non si rigenera solo con fondi pubblici o piani urbanistici.

Si rigenera quando cambia la percezione di sé.

Quando sostituisce la rassegnazione con responsabilità diffusa.

Quando smette di raccontarsi solo attraverso le proprie ferite.

L’amore come scelta politica

Parlare di amore in un contesto civico può sembrare fuori luogo. Ma forse è solo una parola che abbiamo lasciato al sentimentalismo.

Se per amore intendiamo dedicare tempo gratuitamente alla comunità, non alimentare rancori permanenti, praticare dialogo invece di delegittimazione e scegliere responsabilità invece di vittimismo allora stiamo parlando di una postura politica.

Non ideologica.

Strutturale.

Castel Volturno non ha bisogno di santoni.

Ha bisogno di cittadini che comprendano che il clima emotivo collettivo è un’infrastruttura invisibile, ma decisiva.

La domanda che conta

Non so dire se René Mey abbia trovato una formula universale.

Non è questo il punto.

So però che quella diretta mi ha costretto a una domanda che riguarda noi, molto più che lui:

quanto del nostro malessere territoriale nasce da emozioni sedimentate – paura, sfiducia, rancore – che continuiamo a riprodurre?

E soprattutto:

siamo disposti a riconoscere che la rigenerazione passa anche da una disciplina emotiva collettiva?

Perché questo è un tema da Basso Volturno

Basso Volturno” nasce per questo: non per inseguire la cronaca, ma per attraversarla. Non per alimentare polemiche sterili, ma per alzare il livello dello sguardo.

Se denunciamo narrazioni distorte, dobbiamo anche costruirne di nuove.

Se rivendichiamo dignità per il territorio, dobbiamo coltivare le condizioni interiori che la rendono possibile.

Se parliamo di futuro, dobbiamo occuparci anche del clima emotivo che lo renderà abitabile.

La vera rigenerazione non è solo urbanistica o economica.

È culturale.

Ed è, prima ancora, emotiva.

Forse la rivoluzione più radicale, per un territorio come il nostro, non è gridare più forte – ma scegliere, con disciplina, un’altra postura.

E questa, prima di essere spirituale, è una scelta civile.

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