Profilo Facebook “BASSO Volturno” – “X” Giuseppe Pasqualino @peppinovesuvio

per la rubrica … “PARLIAMONE!”
L’ostinata resistenza del Basso Volturno: Chiesa, istituzioni e movimenti contro il CPR.

a cura di Bruno Marfè
C’è un filo che attraversa la storia recente del litorale domizio. Parte dall’assassinio di Jerry Maslo nel 1989, passa per le battaglie contro il caporalato, per le lotte ambientali e per le esperienze di integrazione che hanno fatto di Castel Volturno uno dei territori più multiculturali d’Italia. Oggi quel filo si tende attorno a una nuova sfida: il progetto governativo di realizzare un Centro di Permanenza per il Rimpatrio nel cuore del Basso Volturno.
L’affollata assemblea pubblica svoltasi a Castel Volturno ha segnato la nascita di un fronte ampio e trasversale che unisce Chiesa, istituzioni regionali, sindacati, associazioni e movimenti sociali. Una convergenza costruita attorno a una convinzione condivisa: la risposta alle migrazioni non può essere la detenzione amministrativa.
Ma il dibattito è andato oltre il semplice rifiuto del CPR. Molti interventi hanno posto una questione più profonda: quale modello di società si sta costruendo in Europa? E, riflessione personale, fino a che punto i nuovi centri di trattenimento rischiano di rappresentare la prosecuzione, dentro i confini nazionali, di quella stessa logica di segregazione denunciata per anni nei centri di detenzione libici?
L’apertura: una comunità che vuole decidere il proprio futuro
Ad aprire l’assemblea è stato l’assessore regionale Andrea Morniroli, che ha invitato tutti a compiere un salto di qualità.
«Non siamo qui per dirci ancora una volta perché siamo contro i CPR. Questo lo diamo per acquisito. Dobbiamo capire come andare avanti insieme».
Morniroli ha ricordato come proprio dopo l’omicidio di Jerry Maslo e l’incendio del Ghetto nacque un movimento capace di parlare all’intero Paese. Oggi, secondo l’assessore, la Campania può nuovamente diventare il punto di partenza di una mobilitazione nazionale fondata sulla difesa dei diritti.
Particolarmente significativo il richiamo al metodo: nessuna decisione può essere calata dall’alto.
«Non possiamo fare le cose sulla testa delle persone che abitano questi territori. Le cose imposte senza partecipazione non funzionano».
Una riflessione che assume un valore particolare proprio a Castel Volturno, dove per decenni le scelte strategiche sono state decise altrove.

Il Vescovo Lagnese: “Ostinata resistenza”
A dare profondità morale all’incontro è stato Monsignor Pietro Lagnese, Vescovo di Capua e Caserta e promotore dell’appello che ha contribuito a costruire l’alleanza tra mondi tradizionalmente distanti.
Richiamando la Laudato si’ di Papa Francesco e le parole del Cardinale Zuppi, Lagnese ha parlato di una “ostinata resistenza”: non violenta, ma determinata e perseverante.
Il Vescovo ha poi posto l’attenzione sulla natura stessa dei CPR.
«Nelle carceri si può entrare. Nei CPR no».
Un’affermazione che ha aperto una riflessione sulle zone d’ombra che caratterizzano questi luoghi. In assenza di un sistema di controllo analogo a quello previsto per gli istituti penitenziari, le persone trattenute rischiano di trovarsi in una condizione di sospensione dei diritti che produce disperazione, autolesionismo e sofferenza.
«Il modo in cui una società tratta i migranti mostra se la sua idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità».
Le testimonianze: il CPR come ultimo anello di una catena
La parte più intensa dell’assemblea è arrivata dalle testimonianze di chi da anni opera accanto ai migranti.
Sergio Serraino di Emergency ha definito i CPR «un mostro giuridico», ricordando come la logica dei rimpatri forzati produca inevitabilmente tensioni, rivolte, autolesionismo e, in alcuni casi, morti.
Dalla Basilicata sono arrivate le denunce dell’Assemblea No CPR, che ha ricordato le inchieste giudiziarie aperte a Palazzo San Gervasio per presunti episodi di maltrattamento, tortura e cattiva gestione.
Ancora più duro l’intervento di Telefono SOS CPR, che ha respinto l’idea secondo cui i gesti estremi dei trattenuti sarebbero riconducibili esclusivamente a problemi psichiatrici.
«L’autolesionismo e i suicidi non sono una malattia. Sono l’ultima forma di resistenza di persone private della libertà».
Particolarmente toccante la testimonianza di Iaia, del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli, originario del Burkina Faso. Ha raccontato i “tre inferni” attraversati da molti migranti: il deserto e la Libia, lo sfruttamento lavorativo in Italia, e infine il CPR.
«Questo luogo calpesta la libertà di tutti. Se oggi accettiamo questo metodo sulla pelle dei migranti, domani verrà utilizzato contro altri soggetti deboli».
Le sue parole hanno restituito forza alla mia riflessione: se la comunità internazionale denuncia da anni le violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione libici, appare contraddittorio rispondere alle migrazioni moltiplicando strutture che – pur in contesti giuridici differenti – continuano a basarsi sulla limitazione della libertà di individui che non hanno commesso reati. Strumenti diversi, la stessa filosofia: fermare, trattenere, allontanare.
Il Patto europeo e il rischio di una detenzione diffusa
Laura Marmorale, di Mediterranea Saving Humans, ha inserito la questione di Castel Volturno in un quadro più ampio. L’imminente entrata in vigore del Patto Europeo su Asilo e Immigrazione, ha spiegato, rischia di trasformare sempre più territori in aree di frontiera permanente, sostituendo progressivamente le politiche di accoglienza con una politica della detenzione e del contenimento.
Come spendere davvero 43 milioni di euro
L’assemblea non si è fermata alla denuncia. Più volte è stato ricordato che i circa 43 milioni di euro destinati alla costruzione del CPR potrebbero essere investiti per affrontare i problemi reali del territorio.
La CGIL ha proposto un Patto per lo Sviluppo basato sulla riqualificazione ambientale e urbana. Nello Zerillo, per Nero e Non Solo e Arci Caserta, ha rilanciato l’idea di acquistare centinaia di abitazioni da destinare all’housing sociale e di recuperare i beni confiscati alla criminalità organizzata. La Comunità di Sant’Egidio ha indicato nella scuola il vero laboratorio di integrazione del territorio, chiedendo investimenti sui servizi scolastici e sulla formazione dei mediatori culturali.
L’associazione Elsa ha annunciato la richiesta di riconoscimento di una Zona di Protezione Speciale nell’area della Piana, individuata per la costruzione del CPR, per tutelarne il delicato ecosistema. L’ex sindaco Lorenzo Marcello ha ricordato come quei 63 ettari fossero stati indicati come possibile risarcimento ambientale per decenni di devastazione urbanistica.
«Ci avevano promesso un parco. Oggi ci propongono un CPR».
Dalle reti alle alleanze di scopo
Uno dei temi più interessanti emersi durante il confronto ha riguardato il metodo della mobilitazione. Secondo l’associazione Oltremani, non basta più costruire reti tra soggetti che condividono già le stesse idee. Occorre creare alleanze di scopo capaci di coinvolgere cittadini, amministratori e comunità locali.
L’Ex OPG di Napoli ha rilanciato la disponibilità alla mobilitazione diretta: «Se penseranno di avviare i lavori a Castel Volturno troveranno una comunità pronta a difendere il territorio».
Le prossime tappe sono già fissate: iniziative diffuse di informazione il 13 giugno, una manifestazione metropolitana il 20 giugno e la costruzione di una grande mobilitazione nazionale in autunno.
Pecoraro: “Il CPR è il sintomo di un fallimento”
Prima di cedere la parola al Presidente Fico, ha preso la parola l’assessora regionale all’Ambiente e alle Politiche abitative Claudia Pecoraro. Il suo intervento ha portato nell’assemblea una voce inattesa: non quella dell’amministratrice, ma quella dell’avvocata.
«Prima di essere un’assessora regionale sono una donna di diritto. Per anni ho coordinato Avvocati di Strada a Salerno e mi sono occupata di immigrazione. Conosco la difficoltà per gli avvocati esterni di entrare nei CPR per offrire un’assistenza legale reale: quando i nostri assistiti entrano in quei luoghi trovano avvocati designati dalla struttura che negano loro l’esistenza di ogni diritto».
Pecoraro ha allargato il quadro geografico, ricordando come le rotte migratorie non passino soltanto attraverso la Libia ma anche attraverso la Turchia e la rotta balcanica: «Non c’è solo il mare, c’è anche l’Eros. Conosciamo le ferite con le quali i nostri fratelli e le nostre sorelle arrivano».
Ma il passaggio più denso è stato quello sulla natura politica del problema. «Il CPR non è il tema: il CPR è il sintomo di un fallimento. Il fallimento delle politiche migratorie globali e delle politiche di solidarietà internazionale. È troppo facile per uno Stato che ha dimostrato di fallire nascondere i propri errori dietro la reclusione. I CPR, nella modalità in cui vengono gestiti — con la violenza e la tortura continuata che sappiamo essere agita al loro interno — sono una violazione dei diritti costituzionali. E le istituzioni hanno il dovere di tutelare la Costituzione».
Pecoraro ha infine precisato di aver firmato l’appello non solo come assessora ma come cittadina: «Ci sono, ci siamo, siamo qui».
Fico: “La sicurezza nasce dai diritti”
A chiudere l’assemblea è stato il Presidente della Regione Campania, Roberto Fico, che ha sancito l’adesione politica della Regione al percorso costruito dall’assemblea.
«La sicurezza si costruisce ampliando i diritti, non restringendoli».
Fico ha criticato una legislazione migratoria che negli anni ha contribuito a produrre irregolarità e marginalità sociale e ha annunciato impegni concreti per il Basso Volturno: la Regione è pronta a intervenire direttamente come soggetto attuatore degli investimenti, a rafforzare il Masterplan del litorale domizio e a promuovere il recupero degli immobili inutilizzati da destinare a finalità sociali.
Ma il passaggio più significativo è stato quello finale. La delibera regionale dedicata al territorio non sarà approvata a Napoli. La Giunta si riunirà direttamente a Castel Volturno. Un gesto che vale più di molte dichiarazioni: significa che questo territorio, troppo spesso governato a distanza, torna al centro dell’agenda politica regionale.
Perché la sfida lanciata dall’assemblea non riguarda soltanto un CPR. Riguarda il destino di un territorio che da decenni attende investimenti, servizi, lavoro e dignità. E riguarda una scelta che il Paese non può continuare a rimandare: se governare le migrazioni attraverso l’inclusione, oppure attraverso nuovi recinti.


