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CPR a Castel Volturno: oltre la contrapposizione serve una strategia chiara.

a cura di Bruno Marfè
L’ultimo Consiglio comunale straordinario aperto sul Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Castel Volturno ha restituito l’immagine di una comunità attraversata da tensioni profonde e da preoccupazioni reali. La lunga seduta serale, segnata da momenti di scontro e sospensioni dei lavori, si è conclusa con il rinvio del documento congiunto tra maggioranza e opposizione, affidato ora a una successiva riunione dei capigruppo.
Nel dibattito sono intervenuti rappresentanti istituzionali di diverso livello – dai consiglieri regionali Angela Parente e Marco Villano fino all’onorevole Pina Picierno e al senatore Francesco Silvestro – ciascuno proponendo letture e soluzioni differenti: dal tema delle compensazioni territoriali al ruolo della Regione Campania, fino alla necessità di accelerare il risanamento urbano e infrastrutturale del territorio. Posizioni diverse, spesso inconciliabili, che riflettono una difficoltà reale: decidere cosa si vuole ottenere, prima ancora di capire come ottenerlo.
Resta però una questione centrale: Castel Volturno rischia di trovarsi ancora una volta al centro di una decisione strategica nazionale senza disporre di una linea condivisa e strutturata capace di incidere realmente sul processo decisionale. La discussione sul CPR dovrebbe probabilmente uscire dalla dimensione dello scontro simbolico e assumere un profilo più tecnico, istituzionale e strategico.
Il risanamento non è una contropartita
Uno degli elementi più delicati — e più pericolosi — emersi nel dibattito riguarda il possibile collegamento tra l’arrivo del CPR e gli interventi di risanamento destinati al territorio. Va detto con chiarezza: il Piano Speciale, il Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS) e le opere infrastrutturali attese da decenni non sono regali da elargire in cambio di consenso. Sono strumenti dovuti a un territorio che ha pagato per anni il prezzo di storiche fragilità urbanistiche e sociali, alimentate anche da scelte istituzionali sbagliate.
Legare questi interventi all’accettazione del CPR non è solo politicamente scorretto: è una forma di ricatto che la comunità locale ha già subito in altre forme e in altri contesti. Le istituzioni locali dovrebbero mantenere nettamente distinti i due livelli — da un lato la collaborazione istituzionale necessaria per ottenere fondi e opere, dall’altro il confronto sul merito della localizzazione — rifiutando qualsiasi logica di compensazione che trasformi un diritto in una moneta di scambio.
La leva urbanistica e ambientale
Se le competenze dirette in materia migratoria appartengono allo Stato, il Comune conserva comunque strumenti importanti sul piano urbanistico e ambientale. L’eventuale opposizione al CPR potrebbe concentrarsi sulla pianificazione territoriale, sulla compatibilità urbanistica dell’area individuata e sulla tutela degli ecosistemi presenti — a partire dal progetto già discusso del “Parco umido La Piana”, che rappresenta non solo una proposta di riqualificazione ma anche un vincolo ambientale potenzialmente incompatibile con una struttura detentiva.
Associazioni e comitati potrebbero chiedere verifiche approfondite sugli impatti ambientali e idrogeologici dell’intervento, anche in relazione a eventuali vincoli europei e nazionali. In questo quadro, il confronto tecnico — con perizie, relazioni, istanze formali — rischia di diventare molto più decisivo delle sole contrapposizioni politiche.
Il peso di ciò che già si porta
C’è un argomento che il dibattito istituzionale tende a eludere, ma che la comunità di Castel Volturno conosce bene: questo territorio ha già pagato, per decenni, il costo di politiche emergenziali che lo hanno trasformato in un laboratorio di gestione dell’eccezionale. La stagione delle ordinanze emergenziali — dalla cosiddetta “Emergenza Nomadi” ai piani straordinari per l’immigrazione — ha lasciato sedimentazioni urbanistiche, sociali e istituzionali difficili da rimuovere. Anche la magistratura ha più volte richiamato la necessità di distinguere tra strumenti eccezionali e gestione strutturale dei fenomeni sociali.
La domanda da porre pubblicamente non è dunque solo “siamo favorevoli o contrari al CPR?”, ma “quanto peso aggiuntivo può reggere un territorio che non ha ancora smaltito quello precedente?”. Questa è la domanda che un’amministrazione responsabile dovrebbe saper portare al tavolo nazionale.
Conclusioni
Il rinvio del documento consiliare potrebbe trasformarsi in un’occasione utile se servirà a costruire una posizione più chiara e coordinata tra istituzioni, rappresentanti parlamentari, associazioni e cittadini. Il rischio, altrimenti, è che il confronto sul CPR resti confinato nella dimensione dello scontro politico e mediatico, senza produrre una reale capacità di incidere sulle decisioni finali.
Castel Volturno non ha bisogno di eroi del “no” né di mediatori disposti a tutto. Ha bisogno di una strategia lucida, capace di difendere il territorio senza rinunciare al confronto istituzionale — e di rappresentanti che sappiano che la storia di questo posto, con tutto ciò che ha attraversato, è già argomento sufficiente.


