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per la rubrica … “PARLIAMONE”

CPR a Castel Volturno.

Perché urlare al “blocco subito” rischia di regalarci l’ennesima incompiuta.

A CURA DI BRUNO MARFE’

La notizia del bando da oltre 43 milioni di euro gestito da Invitalia per la costruzione del nuovo Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) nell’area del “Parco umido La Piana” ha comprensibilmente riacceso la protesta a Castel Volturno. Comitati, associazioni e istituzioni locali si sono immediatamente schierati chiedendo il blocco del progetto. La reazione è legittima. Anche giustamente indignata, dopo anni di promesse, emersioni e cicatrici territoriali.

Ma proprio la forza emotiva del “blocco subito” cela un rischio concreto: trasformare una battaglia politica sacrosanta nell’ennesima storia italiana di cantieri aperti, soldi spesi e opere lasciate a metà. Per capire perché, bisogna passare dal piano della protesta immediata a quello della scelta strategica: quali strade usare per fermare davvero un’opera, e quali soltanto la rendono più costosa e più difficile da cancellare.

Il precedente giuridico: la fine dell’“emergenza nomadi”

Il punto di riferimento centrale è il quadro giurisprudenziale che nel 2011‑2013 ha messo fine alla cosiddetta “emergenza nomadi”. Il 16 novembre 2011 il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 6050, ha dichiarato illegittimo il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 77/2008 che aveva istituito lo stato di emergenza per gli insediamenti di comunità nomadi nelle regioni di Campania, Lazio e Lombardia.  Tre anni dopo, il 2 maggio 2013, la Corte di Cassazione ha confermato quella decisione, rigettando il ricorso del Governo e chiudendo definitivamente la stagione dell’“emergenza nomadi”.

La logica giuridica che ha attraversato entrambe le sentenze è semplice, ma devastante per l’uso politico della parola “emergenza”: non si può dichiarare uno stato di emergenza per una condizione strutturale e permanente. Le comunità rom e sinte erano in Italia da decenni, con membri cittadini italiani, figli a scuola, legami territoriali consolidati. Non si trattava di un evento eccezionale, improvviso, imprevedibile: era una situazione sociale e abitativa radicata, che andava governata con strumenti ordinari, non con deroga e commissariamenti.

È proprio qui che emerge la lezione chiave per Castel Volturno, ed è su questo argomento che deve giocarsi gran parte della battaglia politica e giuridica: la presenza di migranti nel basso Volturno non è un’emergenza del 2023, ma una realtà radicata da oltre trent’anni. Il Centro Fernandes compie 30 anni, le comunità ghanese, nigeriana… sono lì da una generazione, ci sono famiglie, reti sociali, lavoratori, bambini nelle scuole, fedeli nelle parrocchie. Non c’è nessun evento straordinario tantomeno legato alla sicurezza nazionale: c’è una condizione strutturale che lo Stato ha scelto di non governare con strumenti ordinari e ora vorrebbe affrontare con procedure straordinarie.

Il rischio dell’incompiuta: la storia che si ripete

Proprio come nel 2008, anche oggi lo Stato si è mosso attraverso procedure straordinarie e iter accelerati. All’epoca, il richiamo all’«emergenza» aveva consentito l’adozione di misure derogatorie, affidamenti rapidi, scelte di localizzazione spesso critiche e un forte uso di commissari straordinari.  In diversi territori coinvolti – tra cui aree della Campania – si sono accumulate contestazioni amministrative, dubbi procedurali e criticità di pianificazione.

L’istinto politico di molte amministrazioni locali fu quello di invocare revoche immediate e “stop ai lavori”. Ma la macchina burocratica, una volta avviata, ragiona con logiche diverse dal dibattito pubblico. Revocare o sospendere procedure già incardinate senza basi tecnico‑giuridiche solide espone dirigenti e amministrazioni a contenziosi, richieste risarcitorie e possibili contestazioni erariali.  È esattamente per questo che, spesso, anche opere fortemente contestate sono continuate a essere eseguite mentre i ricorsi seguivano il loro corso.

Il risultato è noto: anni di spese pubbliche, cantieri incompiuti, impianti normativi pesantemente ridimensionati dalla giurisprudenza ma solo dopo aver consumato risorse e lasciato ferite urbanistiche sul territorio.  La “morsa” è sempre la stessa: la protesta politica urla “subito”, ma la procedura burocratica e i diritti delle imprese già contrattualizzate spesso vanno avanti, con il rischio di ritrovarsi fra qualche anno con un’area compromessa, un’opera bloccata a metà e milioni di euro evaporati tra lavori, contenziosi e riserve.

A Castel Volturno, che conosce fin troppo bene il costo delle emergenze gestite a colpi di deroghe, il rischio non è soltanto la costruzione del CPR, ma di ritrovarsi con un’altra incompiuta “di regime”: un’opera avviata come emergenza, mai veramente utile, mai completamente finita, e comunque pagata da tutti.

Il grimaldello giuridico: quando l’“emergenza” diventa un vizio

Proprio qui la similitudine 2008–CPR assume un ruolo centrale politicamente e giuridicamente. Il quadro fissato da Consiglio di Stato e Cassazione è chiaro: non si può dichiarare emergenza per una situazione strutturale e permanente.  Se quel principio viene applicato alla realtà del basso Volturno, saltano i presupposti stessi che dovrebbero giustificare l’uso di strumenti straordinari, compresi commissariamenti, deroghe ai piani e procedure accelerate.

L’argomento non è solo retorico: è un grimaldello procedurale. Se le istituzioni locali riescono a dimostrare, con dati demografici, diacronici e giuridici, che la presenza migratoria in area è radicata da decenni, con famiglie stabilmente insediate, percorsi di vita consolidati e relazioni sociali, possono contestare l’esistenza del presupposto “emergenziale” alla base dell’intero iter.  In questo modo, la protesta cambia registro: non si limita a chiedere “blocchi” discrezionali, ma presenta alle sedi giudiziarie e amministrative un vizio di legittimità sostanziale del provvedimento che ha innescato la procedura.

Va quindi ricostruito in modo accurato il parallelismo: 

– Allora, i nomadi erano presenti da generazioni, molti già cittadini italiani, e non c’era evento eccezionale da fronteggiare: l’“emergenza nomadi” è stata dichiarata illegittima.

– Oggi, i migranti nel basso Volturno sono radicati da trent’anni, con scuole, lavoro, parrocchie, associazioni: l’“emergenza immigrazione” non può essere una giustificazione legittima per nuovi strumenti straordinari.

Se il parallelismo è costruito con precisione, diventa il punto debole su cui far leva in sede amministrativa (richieste di annullamento, ricorsi al TAR) e in sede politica (audizioni, pareri, Commissioni parlamentari).

Il nodo amministrativo: il blocco che non basta

Questo passaggio è fondamentale per dissolvere l’equivoco più insidioso: l’idea che basti chiedere il “blocco” perché la macchina si fermi.  Quando un bando viene pubblicato e una procedura amministrativa entra nella fase operativa, i tecnici ministeriali e i Responsabili Unici del Progetto (RUP) si muovono dentro margini molto stretti. Non possono fermare discrezionalmente iter già avviati solo sulla base della pressione politica o mediatica, soprattutto se non emergono vizi procedurali chiari e contestabili.

La struttura amministrativa tende a irrigidirsi per autotutela: le imprese aprono i cantieri, maturano Stati Avanzamento Lavori, consolidano posizioni contrattuali, e possono reclamare risarcimenti se l’iter viene sospeso o annullato senza motivi giuridici stringenti.  Se poi, dopo anni, una sentenza dovesse rilevare l’assenza dei presupposti di emergenza e la conseguente illegittimità della procedura, il territorio rischia comunque di restare con l’area compromessa e con un’enorme spesa pubblica già impegnata.

Da questo punto di vista, la vera strategia non è “blocco subito”, ma “contestazione giuridica subito”: azioni amministrative, pareri tecnici, impugnative, audizioni e documentazione probatoria che colleghino esplicitamente la situazione di Castel Volturno al precedente giurisprudenziale dell’“emergenza nomadi”.

Il terreno ambientale e territoriale

Parallelamente, va rafforzato il terreno ambientale: l’area scelta per il CPR è l’area umida della Piana, segnata da decenni di pressioni ambientali, cave dismesse, problemi idrogeologici e vicinanza al Lago Patria.  Verifiche approfondite sulla compatibilità urbanistica, sui vincoli paesaggistici ed ecologici, sulla necessità di Valutazione di Impatto Ambientale e sulla coerenza con il Piano Territoriale Regionale possono aggiungere ulteriori vizi procedurali alla base dell’iter.

Se il quadro giuridico‑ambientale viene solidificato insieme all’argomento dell’assenza di emergenza, la procedura si trova a dover rispondere su più piani: 

– mancanza del presupposto “emergenziale” (parallelo con 2008); 

– vulnerabilità ambientale e territoriale dell’area; 

– criticità amministrative e di pianificazione.

La partita politica vera: istituzioni credibili e compatte

Infine, la questione politica vera non è solo il numero di manifestanti in piazza, ma la capacità delle istituzioni locali di costruire un fronte tecnico‑giuridico credibile e compatto. Comune di Castel Volturno, Regione Campania, enti territoriali e forze sociali devono convergere attorno a un’analisi comune: la presenza migratoria è strutturale, il CPR nel Parco umido è ambientalmente e socialmente inadeguato, e le procedure straordinarie non sono più giustificabili.

Serve una strategia coordinata che: 

– chieda al Ministero di dimostrare davvero l’esistenza di un evento emergenziale; 

– produca documentazione tecnica e giuridica che collega esplicitamente il caso di Castel Volturno alla sentenza 6050/2011 del Consiglio di Stato e alla conferma della Cassazione del 2 maggio 2013; 

– prefiguri ricorsi amministrativi e possibili richieste di sospensione cautelare prima che il cantiere si consolida.

In questo modo, la contestazione diventa meno simbolica e più incisiva: non si ferma solo con il discorso, ma con il ragionamento giuridico che la giurisprudenza ci ha già dato come strumento.

Conclusione: emergenze vecchie e nuove

Castel Volturno ha già pagato troppo il prezzo delle emergenze gestite a colpi di deroghe, commissariamenti e cemento incompiuto.  La lezione del 2008 non è solo storica: è un precedente giuridico che oggi può essere usato come scudo e come leva contro nuovi tentativi di etichettare come “emergenza” ciò che è strutturale e ordinario.

La mobilitazione civile resta fondamentale per tenere alta l’attenzione pubblica, ma da sola non basta. I mostri burocratici non si fermano con gli slogan. Si fermano quando si trova il punto procedurale capace di bloccarli prima che si trasformino in cemento: e in questo caso, quel punto è proprio la dimostrazione che, a Castel Volturno, non si può più parlare di emergenza immigrazione.

 

Fonti

[1] La Corte di Cassazione decreta la fine dell’ “emergenza … https://www.migrantes.it/la-corte-di-cassazione-decreta-la-fine-dell-emergenza-nomadi/

[2] La Cassazione ferma le ruspe nei campi rom «In Italia l’ … https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/13_maggio_2/emergenza-nomadi-cassazione-dice-finita-212944969243.shtml

[3] La Corte di cassazione conferma l’illegittimità dell” … https://www.amnesty.it/la-corte-di-cassazione-conferma-lillegittimita-dellemergenza-nomadi/

[4] La Cassazione mette fine all’“emergenza nomadi” https://www.redattoresociale.it/article/notiziario/la_cassazione_mette_fine_all_emergenza_nomadi_

[5] [PDF] La “minoranza insicura” Anni 2010-11 – Jura Gentium https://www.juragentium.org/forum/rom/it/mariani.pdf

[6] 21 novembre 2011 – Per il Consiglio di Stato il Piano Nomadi è illegittimo … https://www.21luglio.org/21-novembre-2011-per-il-consiglio-di-stato-il-piano-nomadi-e-illegittimo-associazione-21-luglio-una-vittoria-per-i-diritti-umani-svolta-storica/

[7] Consiglio di Stato sentenza n. 6050 del 2011 – Simpliciter.ai https://simpliciter.ai/app/search/public/giurisprudenza/edd2baa3-dfab-5dbd-94f8-20385e5f1e36/giustizia_amministrativa/

[8] Nessuna emergenza rom: bocciato il piano nomadi dal Consiglio di Sato http://informa.comune.bologna.it/iperbole/sportellosociale/notizie/2731/48782

[9] [PDF] Lo Stato di emergenza nomadi (2008-2011) https://sfi.usc.edu/sites/default/files/roma-sinti/assets/gallery/III.1.B/misure%20straordinarie%20-%20Stato%20di%20emergenza.pdf

[10] 2 maggio 2013 – La Corte di Cassazione rigetta il ricorso … https://www.21luglio.org/2-maggio-2013-la-corte-di-cassazione-rigetta-il-ricorso-del-governo-italiano-sull-emergenza-nomadi-ass-21-luglio-e-la-chiusura-definitiva-della-stagione-emergenziale-e-dei-piani-nomadi-ad-essa-collega/

 

2 risposte

  1. Obbiettivamente non credo che si possa fare un parallelismo tra la questione nomadi e l’immigrazione clandestina.A Castel Volturno i residenti migranti integrati sono circa 15.000,ma quelli che non risultano, i cosiddetti invisibili sono più dei 15.000 residenti.IL CPR andrebbe ad individuare questi ultimi,quindi dite le verità e non confondere i cittadini.

    1. Ti ringrazio per il commento, che tocca il cuore del problema di Castel Volturno: la presenza massiccia di quella che lei definisce, purtroppo correttamente, la popolazione degli “invisibili”. Nessuno vuole nascondere questa verità, che chi vive qui sperimenta ogni giorno.
      Tuttavia, il parallelismo che abbiamo tracciato nell’articolo non riguarda la natura del fenomeno sociale (siamo perfettamente consapevoli che la gestione dei migranti irregolari sia diversa dalla storica questione delle comunità Rom), ma riguarda il metodo amministrativo e giuridico usato dallo Stato per affrontarlo.
      E sul piano del metodo, purtroppo per i cittadini, l’errore è identico. Le spieghiamo perché, dati alla mano, il rischio di un bluff è altissimo:
      1. Il CPR non è uno strumento di controllo del territorio: I Centri di Permanenza per il Rimpatrio non sono stazioni di polizia che “vanno a scovare” gli invisibili tra le strade di Castel Volturno. Sono strutture di detenzione amministrativa dove vengono portati gli stranieri già fermati ed espulsi, in attesa che si completino le pratiche di rimpatrio con i paesi d’origine. Costruire un CPR nella Piana non significa avere più pattuglie a presidiare i nostri quartieri, significa solo avere un perimetro recintato dove lo Stato gestirà flussi provenienti da tutta Italia.
      2. Il problema dei rimpatri effettivi: La verità che spesso la politica tace è che l’Italia riesce a rimpatriare solo una minima percentuale delle persone trattenute nei CPR (storicamente meno del 50%), principalmente a causa della mancanza di accordi bilaterali con i paesi di provenienza. Chi non viene rimpatriato entro i termini massimi di legge viene rilasciato con un foglio di via. Di fatto, molti tornano a essere “invisibili”, spesso proprio nei territori più vulnerabili come il nostro.
      3. Il cortocircuito giuridico: Il parallelismo con il 2008 serve a ricordare che quando lo Stato usa procedure d’urgenza e commissariamenti per gestire flussi che durano da trent’anni, i tribunali prima o poi bloccano tutto per vizi di forma. Chiedere trasparenza e denunciare i rischi di un appalto d’urgenza da 43 milioni non significa “confondere i cittadini”, ma evitare che Castel Volturno subisca la beffa peggiore: tollerare l’apertura di un cantiere impattante che rischia di essere bloccato a metà dalla magistratura, lasciandoci il cemento e nessun problema risolto.
      Dire la verità a Castel Volturno significa ammettere che il problema degli invisibili si risolve solo con una massiccia e strutturale presenza delle forze dell’ordine sul territorio, investimenti sociali e accordi internazionali sui rimpatri. Pensare che un bando d’urgenza per un muro nella Piana sia la bacchetta magica significa, questo sì, illudere i cittadini.

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  1. Obbiettivamente non credo che si possa fare un parallelismo tra la questione nomadi e l’immigrazione clandestina.A Castel Volturno i residenti migranti integrati sono circa 15.000,ma quelli che non risultano, i cosiddetti invisibili sono più dei 15.000 residenti.IL CPR andrebbe ad individuare questi ultimi,quindi dite le verità e non confondere i cittadini.

    1. Ti ringrazio per il commento, che tocca il cuore del problema di Castel Volturno: la presenza massiccia di quella che lei definisce, purtroppo correttamente, la popolazione degli “invisibili”. Nessuno vuole nascondere questa verità, che chi vive qui sperimenta ogni giorno.
      Tuttavia, il parallelismo che abbiamo tracciato nell’articolo non riguarda la natura del fenomeno sociale (siamo perfettamente consapevoli che la gestione dei migranti irregolari sia diversa dalla storica questione delle comunità Rom), ma riguarda il metodo amministrativo e giuridico usato dallo Stato per affrontarlo.
      E sul piano del metodo, purtroppo per i cittadini, l’errore è identico. Le spieghiamo perché, dati alla mano, il rischio di un bluff è altissimo:
      1. Il CPR non è uno strumento di controllo del territorio: I Centri di Permanenza per il Rimpatrio non sono stazioni di polizia che “vanno a scovare” gli invisibili tra le strade di Castel Volturno. Sono strutture di detenzione amministrativa dove vengono portati gli stranieri già fermati ed espulsi, in attesa che si completino le pratiche di rimpatrio con i paesi d’origine. Costruire un CPR nella Piana non significa avere più pattuglie a presidiare i nostri quartieri, significa solo avere un perimetro recintato dove lo Stato gestirà flussi provenienti da tutta Italia.
      2. Il problema dei rimpatri effettivi: La verità che spesso la politica tace è che l’Italia riesce a rimpatriare solo una minima percentuale delle persone trattenute nei CPR (storicamente meno del 50%), principalmente a causa della mancanza di accordi bilaterali con i paesi di provenienza. Chi non viene rimpatriato entro i termini massimi di legge viene rilasciato con un foglio di via. Di fatto, molti tornano a essere “invisibili”, spesso proprio nei territori più vulnerabili come il nostro.
      3. Il cortocircuito giuridico: Il parallelismo con il 2008 serve a ricordare che quando lo Stato usa procedure d’urgenza e commissariamenti per gestire flussi che durano da trent’anni, i tribunali prima o poi bloccano tutto per vizi di forma. Chiedere trasparenza e denunciare i rischi di un appalto d’urgenza da 43 milioni non significa “confondere i cittadini”, ma evitare che Castel Volturno subisca la beffa peggiore: tollerare l’apertura di un cantiere impattante che rischia di essere bloccato a metà dalla magistratura, lasciandoci il cemento e nessun problema risolto.
      Dire la verità a Castel Volturno significa ammettere che il problema degli invisibili si risolve solo con una massiccia e strutturale presenza delle forze dell’ordine sul territorio, investimenti sociali e accordi internazionali sui rimpatri. Pensare che un bando d’urgenza per un muro nella Piana sia la bacchetta magica significa, questo sì, illudere i cittadini.

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