“Malaika” di Castel Volturno.
Dalla lotta all’apartheid al palco della memoria.

a cura di Bruno Marfè
Era il 2008, il 9 novembre a Castelvolturno, su un palco eretto a Baia Verde, e dove oggi c’è una stele a suo ricordo, in una umida notte autunnale di speranza, si spegneva una delle voci più potenti e simboliche del Novecento: Miriam Makeba, per tutti Mama Africa. Non a New York o a Johannesburg, ma in una piccola città del Sud Italia, tra migranti, emarginati, lavoratori invisibili. In quel “Soweto d’Italia” che, per istinto, lei aveva riconosciuto come casa.
«La voce di Miriam Makeba era ciò che i sudafricani dell’apartheid avevano al posto della libertà.» Nelson Mandela
Nata a Johannesburg nel 1932, Miriam Makeba trasformò la musica in uno strumento di liberazione. Prima artista africana a vincere un Grammy Award, cantò davanti a presidenti e re, accanto a leggende come Dizzy Gillespie e Nina Simone. Ma la sua vera forza era politica: una voce che sfidava l’apartheid, che denunciava le ingiustizie, che portava l’Africa nelle sedi dell’ONU e nel cuore del mondo.
Pagò quella voce con l’esilio: trent’anni lontana dalla sua terra, un matrimonio con il leader afroamericano Stokely Carmichael che le costò l’esilio anche dagli Stati Uniti. Eppure, non smise mai di cantare, neanche quando l’artrite e la stanchezza le piegavano il corpo. La sua voce restava diritta, come una bandiera.

L’ultimo canto: contro la camorra, per i migranti
Quando nel 2008 la invitarono a cantare a Castel Volturno in un concerto anticamorra dedicato a Roberto Saviano, Makeba non esitò. Solo poche settimane prima, la camorra aveva massacrato sei migranti africani. Lei lo sapeva, ma volle esserci.
Salì su quel palco per loro — per gli sfruttati, per gli ultimi, per chi non aveva più voce. Cantò Pata Pata, Soweto Blues e Malaika, il suo inno d’amore e di libertà. Poi, appena scesa dal palco, si accasciò. Un infarto la portò via a 76 anni, lontana da casa, ma nel luogo più vicino al suo spirito: tra la sua gente.
Il ricordo al Centro Fernandes
Diciassette anni dopo, la sua presenza aleggia ancora sulle coste di Castel Volturno. Quest’anno, anche senza una commemorazione particolare come quella speciale del 15º anniversario, il suo nome è risuonato nel Centro Fernandes, durante la Giornata Mondiale dei Poveri dell’8 novembre.
Perché ogni gesto di solidarietà, ogni canto di libertà, al Centro Fernandes ha ancora dentro l’eco di Mama Africa.
Come ricorda Antonio Casale, direttore del Centro, “il nome con cui la ricordiamo è Malaika… Angelo”. E davvero, Miriam Makeba è stata un angelo: un’anima che ha fatto della musica una preghiera civile, della scena un altare di giustizia, della sua morte un testamento di speranza.
Canta ancora, Malaika
Diciassette anni dopo, la sua voce continua a vibrare tra i vicoli e le piazze del mondo, come un richiamo a non arrendersi mai. A ricordarci che la dignità non ha confini, e che l’arte, quando nasce dall’amore, può cambiare la storia. Canta ancora, Malaika. E insegnaci a farlo, fino all’ultimo respiro.





Una risposta
Bellissimo articolo per una grande Artista e Donna vera icona a dimostrazione del fatto che, grazie alla loro musica, molti artisti hanno saputo combattere contro le ingiustizie.