CPR: SI’ E NO A CONFRONTO.

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PER LA RUBRICA … “PARLIAMONE”

Il dibattito sul CPR a Castel Volturno.

Sicurezza e sovranità contro realismo economico e diritti.

Le ragioni del Sì e del No a confronto.

di Bruno Marfè

Abbiamo già esaminato, nel contributo precedente, le ragioni economiche e sociali che animano il fronte del No al CPR di Castel Volturno: la dipendenza strutturale del sistema produttivo dalla manodopera straniera, il paradosso dell’emigrazione degli immigrati, la proposta di dirottare i fondi pubblici verso investimenti territoriali concreti. Per rendere il quadro completo — e per non trasformare l’analisi in propaganda — è ora indispensabile capire anche le ragioni del Sì nella loro logica interna, senza semplificazioni. Solo così il dibattito può essere davvero utile al territorio.

L’ipotesi di aprire un nuovo CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) sul litorale domizio ha acceso un dibattito profondo che va ben oltre i confini comunali, trasformando Castel Volturno nel laboratorio di uno scontro politico e sociale di portata nazionale. Da un lato, il piano del Ministero dell’Interno che inserisce il territorio nella nuova rete di strutture previste in tutta Italia; dall’altro, la mobilitazione di un ampio cartello di associazioni, sindacati e istituzioni regionali.

Per comprendere la complessità della vicenda, è necessario analizzare in modo oggettivo gli argomenti di chi sostiene l’apertura del centro, verificando come ciascuna tesi risponda alle caratteristiche economiche e sociali del Basso Volturno.

Le ragioni del No: una sintesi

Come già argomentato nel contributo precedente, il fronte contrario al CPR si fonda su tre assi principali: la dipendenza strutturale del tessuto produttivo locale dalla manodopera straniera, che rende controproducente qualsiasi politica che comprima questa risorsa anziché regolarizzarla; l’inefficacia storica dei CPR sul piano dei rimpatri effettivi, con tassi nazionali stabilmente inferiori al 50% per mancanza di accordi bilaterali con i paesi d’origine; e la proposta alternativa di destinare i 43 milioni di euro previsti ad investimenti strutturali — housing sociale, bonifica ambientale, potenziamento dei servizi — capaci di affrontare le cause profonde del degrado piuttosto che i suoi sintomi.

Le ragioni del Sì: sicurezza, controllo del territorio e quadro europeo

Chi sostiene la necessità di aprire un CPR a Castel Volturno articola la propria posizione attorno a tre pilastri fondamentali, che meritano di essere compresi nella loro coerenza interna prima di essere contestati.

Il contrasto alla criminalità organizzata e la tutela dei migranti regolari

La prima ragione addotta dai sostenitori del CPR non è di ordine ideologico ma operativo: il centro è uno strumento amministrativo per trattenere ed espellere i cittadini stranieri che hanno commesso reati o che sono considerati socialmente pericolosi in attesa della definizione della loro posizione giuridica. In un territorio come Castel Volturno, dove la coesistenza tra clan camorristici e organizzazioni criminali di matrice nigeriana attive nella tratta e nello spaccio pesa quotidianamente sulle comunità più vulnerabili, questa funzione non è priva di logica. Paradossalmente, i principali danneggiati dall’assenza di strumenti di espulsione effettiva non sono i cittadini italiani ma i migranti regolari, spesso prime vittime della criminalità interna alle loro stesse comunità. In questa lettura, il CPR non è uno strumento contro i migranti in quanto tali, ma contro quella quota specifica — minoritaria ma reale — che utilizza l’irregolarità come copertura per attività criminali.

La presenza dello Stato come deterrente e come segnale politico

Il secondo argomento riguarda la funzione simbolica e pratica della presenza istituzionale. La tesi ministeriale si basa sul principio che la percezione di impunità in territori ad alta densità di immigrazione irregolare alimenti il degrado e le occupazioni abusive, rendendo più difficile qualsiasi politica di integrazione. La presenza visibile dello Stato attraverso un presidio di detenzione amministrativa viene considerata un deterrente fondamentale non soltanto per frenare i flussi irregolari, ma per ristabilire quella credibilità istituzionale che è condizione necessaria — secondo questa visione — per qualsiasi successiva politica di inclusione. In altri termini: senza legalità garantita e percepita, l’integrazione diventa un obiettivo privo di fondamenta. L’apertura del centro comporterebbe inoltre un afflusso permanente di forze dell’ordine per la vigilanza esterna, aumentando il controllo generale di una zona costiera storicamente sottoesposta alla presenza istituzionale.

Il quadro europeo e gli obblighi del Patto UE su migrazione e asilo

Il terzo argomento è di natura geopolitica e giuridica, e spesso viene trascurato nel dibattito locale. L’apertura dei nuovi CPR non risponde soltanto a una scelta del governo italiano, ma si inserisce nel quadro degli impegni assunti dall’Italia con il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che impone ai paesi di primo approdo — tra cui l’Italia — una maggiore efficacia nelle procedure di rimpatrio per chi non ha diritto alla protezione internazionale. Il mancato adeguamento espone il paese a procedure di infrazione e a un indebolimento della posizione negoziale in sede europea. Secondo questa lettura, costruire nuovi centri non è una scelta autonoma del governo, ma un obbligo derivante dall’adesione a un sistema europeo di gestione condivisa dei flussi. Castel Volturno, per la sua posizione geografica e per la sua storia migratoria, è uno dei territori individuati come strategici per questa rete.

Il nodo Castel Volturno: una scelta tra due modelli

L’analisi dei due fronti mostra come la partita sul CPR non sia una semplice contrapposizione ideologica, ma lo scontro tra due diverse visioni su come garantire la sicurezza e il futuro del Basso Volturno.

Da un lato, la visione che punta sulla fermezza amministrativa e sulla deterrenza dello Stato per risolvere le criticità legate all’irregolarità e alla criminalità, e che considera la presenza istituzionale come precondizione — non alternativa — all’integrazione. Dall’altro, la prospettiva del realismo economico e dell’inclusione diffusa, che vede nel lavoro regolare, nella sanità territoriale e nei servizi sociali l’unico vero antidoto al degrado, e che giudica il CPR uno strumento costoso e inefficace rispetto agli obiettivi dichiarati.

Ciò che entrambi i fronti sembrano riconoscere — pur senza ammetterlo esplicitamente — è che Castel Volturno non può continuare a essere trattata come un’emergenza permanente da gestire, ma richiede una scelta politica chiara sul modello di sviluppo che si intende costruire. Che si scelga la via della deterrenza o quella dell’investimento strutturale, il territorio ha bisogno di una visione, non di provvedimenti tampone.

Mentre la macchina amministrativa ministeriale prosegue il suo iter e i movimenti sociali annunciano mobilitazioni per i prossimi mesi, la certezza è che Castel Volturno rimane il terreno su cui si decideranno le linee guida delle future politiche migratorie del Paese.

3 risposte

  1. Tutti sprechi inutili di fondi che possono essere usati per il lavoro e l’ occupazione giovanile.I clandestini vanno espulsi immediatamente senza alcuna permanenza nei centri, mentre ai criminali non va fatta espulsione…ma carcere ai lavori forzati.

    1. Non bisogna generalizzare, occorre distinguere i casi e intervenire con i rimpatri per quelli che delinquono e con l’accoglienza di chi decide di vivere in Italia nel rispetto delle regole e delle legge italiane.

  2. In mancanza dei CPR,chi delinquenti ed i cosiddetti irregolari,come vengono gestiti e da chi in attesa dei provvedimenti amministrativi di espulsione.Li lasciamo tranquillamente liberi sul territorio a fare quello che vogliono,visto che la rete di assistenza non ha mai funzionato negli anni.Ritengo che sia meglio trattenerli nei CPR che lasciarli a fare i loro comodi,anche a danno dei regolari integrati.

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  1. Tutti sprechi inutili di fondi che possono essere usati per il lavoro e l’ occupazione giovanile.I clandestini vanno espulsi immediatamente senza alcuna permanenza nei centri, mentre ai criminali non va fatta espulsione…ma carcere ai lavori forzati.

    1. Non bisogna generalizzare, occorre distinguere i casi e intervenire con i rimpatri per quelli che delinquono e con l’accoglienza di chi decide di vivere in Italia nel rispetto delle regole e delle legge italiane.

  2. In mancanza dei CPR,chi delinquenti ed i cosiddetti irregolari,come vengono gestiti e da chi in attesa dei provvedimenti amministrativi di espulsione.Li lasciamo tranquillamente liberi sul territorio a fare quello che vogliono,visto che la rete di assistenza non ha mai funzionato negli anni.Ritengo che sia meglio trattenerli nei CPR che lasciarli a fare i loro comodi,anche a danno dei regolari integrati.

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